

A Palazzo Gotico il convegno sui trent’anni della legge sullo stupro. Fino al 1996 era un reato contro la morale: il punto dei giudici e del Centro antiviolenza sulle battaglie di ieri e di oggi.
Una sala gremita a Palazzo Gotico per interrogarsi su un passato anche se distante di pochi anni, sembra un’altra epoca. Fino al 1996, in Italia, lo stupro non era considerato un reato contro la persona, bensì contro la morale. Una ferita giuridica e culturale sanata a fatica alle soglie del Duemila, al centro del convegno “Trent’anni dalla legge contro la violenza sessuale”, organizzato dal Centro antiviolenza di Piacenza nell’ambito del progetto Reminder-Promemoria e sostenuto dalla Regione Emilia-Romagna.
Il convegno, moderato dalla giornalista Nicoletta Marenghi di Libertà, è entrato nel vivo grazie a un video incentrato sul celebre processo per stupro svoltosi a Latina nel 1978, passato alla storia anche per l’ arringa dell’avvocata Tina Lagostena Bassi, che ha rievocato come si affrontavano le aule di giustizia fino a pochi decenni fa.
«La riforma del diritto di famiglia è del 1975, il delitto d’onore è stato abolito nel 1981 e bisogna aspettare il 1996 perché la violenza sessuale diventi finalmente reato contro la persona» ha sottolineato introducendo il dibattito l’avvocata Donatella Scardi, presidente del Centro antiviolenza di Piacenza. «Parliamo di un’epoca vicinissima. Dobbiamo indagare quel passato e metterlo in relazione con il presente: i diritti acquisiti non sono scontati e vanno difesi, tutelati e mantenuti».
Marisella Gatti, giudice civile del Tribunale di Piacenza ha offerto uno spaccato profondo e allarmante sulle aule giudiziarie locali: « La materia della famiglia è di estrema delicatezza e viverla nei procedimenti è ben diverso che ascoltarla. Nel 2024 e 2025 registriamo circa il 30% in più di separazioni con allegazioni di violenza domestica. Entrando nelle famiglie si vedono scenari tenuti nascosti per anni, fatti non solo di violenza fisica, ma anche di quella psicologica, un abuso insidioso, verbale e di isolamento, difficile da accertare e quantificare». La giudice ha poi ricordato come «l’indipendenza economica sia uno strumento cruciale per garantire la libertà di scelta e permettere alle donne di interrompere relazioni violente».
Il confronto si è poi spostato sulle criticità del sistema penale grazie all’intervento del presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia, che ha denunciato la persistenza di resistenze culturali nelle aule: «Negli ultimi 30 anni sono cambiate tantissime cose ma il sistema ha ancora molte cose che non funzionano. Facciamo un passo avanti ma poi ne facciamo altri indietro». In chiusura, l’avvocata cassazionista Ilaria Ramoni ha approfondito il legame tra la subcultura patriarcale e quella mafiosa: «I collegamenti sono molteplici e fondati su una profonda omertà. Se l’uomo maltrattante si sentisse isolato e messo ai margini della società come il criminale mafioso, forse avrebbe un pensiero supplementare prima di agire». Un cambiamento culturale dice, che deve partire dall’educazione dei più giovani.
Un altro aspetto, riguardo ai più giovani, fa pensare. Il modello patriarcale di predominio nella relazione non appartiene solo al passato, ma continua a radicarsi nelle giovani generazioni. Analizzando lo stato di salute della giustizia e della società, Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano, ha snocciolato un dato che impone una riflessione immediata: « I reati orientati dal genere, come atti persecutori, maltrattamenti e violenza sessuale, sono commessi da giovani adulti nella fascia 18-41 anni nel 62% dei casi.
L'articolo originale è visibile a questo link: violenza-sulle-donne-30-di-separazioni-dagli-abusi-in-casa


Comunicato Stampa
Tania Terrin, la denuncia da sola non basta, serve una rete di protezione integrata
Il Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna interviene sui recenti femminicidi.
Si impone una riflessione urgente sull'efficacia degli strumenti di prevenzione,
sulla valutazione del rischio e sulla capacità della rete istituzionale e
territoriale di intervenire tempestivamente nelle situazioni di maggiore pericolosità.
Il femminicidio di Tania Terrin, il sesto dall'inizio del mese di agosto, richiama con drammatica urgenza l'attenzione sulla necessità di analizzare in modo approfondito il contesto nel quale maturano i femminicidi e sulle eventuali criticità della rete di protezione.
Quanto riportato sulla stampa, ci impone una riflessione seria sull'efficacia degli strumenti di prevenzione e tutela e sulla capacità delle istituzioni di intervenire tempestivamente nelle situazioni ad alto rischio.
Dino Keber, aveva alle spalle precedenti denunce per violenza, episodi di stalking, minacce di suicidio e aveva messo in atto almeno un tentativo di strangolamento. Eppure, il provvedimento adottato nei suoi confronti risulta essere stato solo un ammonimento del questore.
Dobbiamo chiederci se tutti i segnali di rischio siano stati correttamente riconosciuti, valutati e affrontati e se la risposta del sistema di protezione sia stata adeguata alla gravità della situazione.
In queste ore, inoltre, leggiamo sulla stampa e sui social, commenti inaccettabili: la colpevolizzazione della vittima. Tania Terrin viene giudicata perché, secondo alcune ricostruzioni, «lo perdonava». Ma è necessario ribadire con chiarezza: il comportamento della vittima non può mai diventare una giustificazione della violenza subita, né tantomeno una responsabilità per la violenza agita contro di lei.


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